lunedì 24 agosto 2009

Demon di Jack Kirby - nov 2007


DEMON di Jack Kirby; chine di Mike Royer - brossurato, b/n, 368 pag, euro 11,95 - CLASSICI DC - Planeta DeAgostini


Il volume che in molti aspettavamo, vagheggiandolo persino, è finalmente in fumetteria: una sorta di Showcase Presents in italiano, un sostanzioso volume, sorta di fratellino minore di quei meravigliosi "balenotteri" americani che così tante soddisfazioni stanno donando a vecchi e nuovi DC-fans.

DEMON del Re Jack Kirby edito da Planeta-DeAgostini è infatti un volume di ben 370 pagine che offre un tempo di lettura lungo e pieno di emozioni.

Inutile e capzioso criticare il Re con gli usuali strumenti con cui si valutano gli altri fumetti: ci troviamo di fronte a canoni che non fanno parte della generalità, ma fanno parte a sé.
Kirby
veniva, viene e verrà chiamato "il Re" non per un qualche vezzo o per un peloso rispetto post-mortem. Kirby era "il Re" già quand'era in vita e l'evoluzione del fumetto, la comparsa di altri geni artistici, la ridefinizione degli stili, le mode... nulla di tutto ciò può togliergli la corona che gli spetterà sempre di diritto.

Queste righe non vorrebbero essere un'apologia acritica e da "fanboy"; è lecito considerare che non tutta la produzione kirbyana, d'altronde monumentale anche solo per quantità, sia riuscita allo stesso, eccelso modo. Qualche momento di stanchezza ci fu, com'è umano che fosse per un artista che produceva moltissimo; ma la sua produzione non fu mai sotto un certo livello qualitativo. La sua arte non si può valutare come una tra le tante e lui non fu un artista tra i tanti.
Kirby fu un vero demiurgo, un vulcano di creatività in continua eruzione, un creatore di miti moderni, eccezionale disegnatore, anticipatore di stili e tutto ciò a prescindere dai gusti soggettivi o dalle mode sempre a caccia di next big things.

Ogni sua vignetta, ogni segno, trasuda potenza ed epicità e proprio per questo non è difficile capire quanto il suo modo di narrare, così eccessivo in tutto, così urlato, possa apparire "vecchio" (...) a chi non abbia interiorizzato, non necessariamente per questioni generazionali (di anno di nascita, insomma), e compreso il suo stile fantastico; a chi non ci sia - insomma - "entrato dentro".

Planeta DeAgostini raccoglie in un unico volume l'intera produzione kirbyana riferita a Demon, dalla sua creazione alla sua prematura chiusura, in tutto 16 albi, 16 storie che coprono un arco di tempo che va dall'agosto 1972 al gennaio del 1974.

Kirby è maestro anche nell'arte di ricominciare ogni volta una nuova storia che pure è la prosecuzione di una precedente... quasi si trattasse di racconti autoconclusivi ma senza mai rinunciare a una corente continuity interna e portando avanti una costante evoluzione dei personaggi. Quasi ogni storia di Demon potrebbe leggersi a sé, quasi ogni numero era quindi un "ideale starting-point per nuovi lettori"; oppure tutte lòe storie sono leggibili come un unico, grande racconto.

Leggendo si ha la percezione di come Kirby si trovasse spesso a creare in modo diretto e senza la mediazionie di ingombranti, minuziose sceneggiature, come stesse giocando un gioco i cui pezzi egli stesso non aveva ancora deciso verso quali derive far approdare.
Così i poteri di Etrigan il Demone, ad esempio: non vengono "sprecate" vignette per spiegarne dettagliatamente i poteri e le caratteristiche. Kirby non perde troppo tempo in dettagli del genere e questo non specificare troppo, questo descrivere fortemente e intensamente "quel preciso momento" (quello cioè che sta accadendo in quella vignetta/tavola) gli permette di avere sempre molte porte aperte, molte più possibilità.
Un demone vola? Emette raggi dagli occhi? Non importa - e come lettori non possiamo non essere d'accordo su quanto davvero non importi! - e non lo si stabilisce a priori. Se e quando al Re
servirà che un demone voli, volerà e noi lo vedremo volare.

In queste splendide storie vediamo un Kirby "arrabbiato" e con venature horror molto più spiccate che altrove, tant'è che in Demon molte persone muoiono, se ne vedono i cadaveri straziati; la morte viene realmente rappresentata in un fumetto "per ragazzi" degli Anni Settanta, col timbro del Comics Code.
C'è morte e furia in queste storie che sembrano possedere un'intrinseca - per quanto immaginaria - colonna sonora di urla, strazio, paura, angoscia.

Davvero spettacolari - e quanto... kirbyane! - le doppie tavole che aprono molte delle storie: doppie tavole nelle quali perdersi letteralmente, tali e tanti - e magnifici - sono i particolari, spesso mostruosi, che il Re sparge senza lesinare china.
Sono tavole ricche e piene come dei trionfi barocchi rappresentati con prospettive dilatate, sembrano mappe occulte, sentieri visivi che esplodono davanti agli occhi. Queste doppie splash-page sembrano dimostrare l'orrore che Kirby aveva della banalità, che forse lui associava a una descrizione naturalistica.
Le (rarissime) volte che ho sentito dire "non mi piace Kirby" non sono mai né trasalito né mi sono scandalizzato: Kirby è davvero "troppo", "troppo" di tutto e non mi stupisce che per alcuni possa risultare duro da digerire, quasi fastidioso.
Con ciò non si vuol dire che l'arte del Re fosse "elitaria"; anzi era - ed è - pop come poche altre cose al mondo, modernissima e divertente, ancorché imprescindibile.

Sono deliziosamente e inquietantemente pop le creature mostruose presenti in questo volume, che attingono a un patrimonio iconografico collettivo che Kirby mescola con gusto eclettico: miti antichissimi (l'orribile Gargora), suggestioni del classico "gotico americano" (Klarion, un personaggio magnifico!), miti centroeuropei (l'Urlatore), folklore nordico (Merlino e Morgana), letteratura dell'orrore (Von Evilstein), film di genere (un bellissimo omaggio all'Abominevole Dr. Phibes di Price-iana memoria) e fuilleton (il Fantasma delle Fogne!).
Le creature mostruose sono un'ulteriore dimostrazione di un Kirby scatenato ed eccessivo, libero come forse in Marvel non era mai stato, che si lascia andare a bizzarrie "kitsch", certamente, ma meno ingenue e "buffe" di quelle dei due decenni precedenti.

Due parole su Klarion: troviamo qui per la prima volta questo splendido character, stregone-ragazzino dagli enormi poteri e dalla smisurata cattiveria, visto recentemente su Seven SoldiersGrant Morrison. Klarion è un personaggio che anticipa di quasi un ventennio altri e più famosi ragazzini dell'occulto. Una ulteriore dimostrazione della genialità del Re.
di

Lodi e ammirazione vanno naturalmente anche alle chine, tutte senza eccezione opera del californiano Mike Royer, perfetto per il segno di Kirby.

...CRITICHE E RIMOSTRANZE ALLA PLANETA-DEAGOSTINI
...PER L'EDIZIONE ITALIANA DEL "DEMON" DI JACK KIRBY (...e non solo per quella...)

A fronte di quanto dichiarato fin qui, e conscio che un'edizione del genere ce la saremmo probabilmente sognata in altri e precedenti regimi fumettistici, è impossibile non chiedersi - e davvero in modo incredulo e stupito! - perché le edizioni italiane dei volumi Planeta-DeAgostini
siano così pacchianamente colme di errori.

Dopo oltre un anno di attività e presenza nelle edicole e nelle fumetterie italiane, a prezzi non sempre esattamente "popolari", dopo decine, centinaia, migliaia di critiche, suppliche, preghiere, incazzature tutte senz'altro giunte alle potenti orecchie dell'Azienda, dopo che riviste cartacee ed elettroniche, critici influenti e "semplici lettori" hanno manifestato a gran voce il disagio in cui ci si trova davanti a baloons invertiti, macroscopici errori di lettering, "bilinguismo" italo-spagnolo, balloons lasciati bianchi, baloons ripetuti...
...dopo tutto ciò la Planeta-DeAgostini continua, a tutt'oggi, a dimostrare un'eccezionale incuria, forse addirittura disinteresse?... verso questo aspetto (il lettering) che riguarda le loro edizioni. Tutte le loro edizioni, quale più quale meno.

Considero il Demon di Jack Kirby un capolavoro; sono in un certo qual modo grato alla P-DeA"italiano" è in effetti una parola grossa...).
Non so però per quanto ancora la mia passione sarà disposta a "passar sopra" a certi tipi di incuria. Se non verranno arginati, anzi eliminati, certi difetti mi vedrò costretto a rivolgermi alle pubblicazioni originali americane, dando quindi il mio denaro direttamente alla DC Comics.
di avermi dato la possibilità di leggerlo in italiano. (Anche se, mi si perdonerà la battuta, qui

Orlando Furioso

L'Orgoglio di Bagdad - nov 2007


L'ORGOGLIO DI BAGDAD di Brian K. Vaughan, testi e Niko Henrichon, disegni - cartonato, colore, 168 pag., euro 14,95 - Planeta DeAgostini


Una denuncia della guerra in Iraq? Anche, ma non solo. Anzi, questo volume di Brian K. Vaughan e Niko Henrichon è soprattutto una metafora "trasversale" sul concetto stesso di libertà.

La trama si ispira ad un fatto realmente accaduto, ovviamente ampliandolo e distorcendolo a fini narrativi. Alcuni leoni che vivevano in cattività nello zoo di Bagdad si trovano casualmente liberati in seguito ad un bombardamento dell'esercito americano. La libertà è un'aspirazione che chiaramente stava a cuore da tempo ai protagonisti, ma si presenta in forma inattesa, sorprendente, faticosa, dolorosa... E' un premio, certo, ma un premio che costa. Costa fatica, per delle belve ormai immemori di cosa voglia dire vivere liberi e per di più trovatesi proiettate in un mondo ostile e tanto diverso, sia dal loro habitat naturale quanto da quello in cui hanno vissuto fino a quel momento. I leoni avevano sempre sognato un mondo i cui confini non fossero le pareti della loro prigione, ma il cibo che prima gli era semplicemente donato ora devono guadagnarselo, per di più in un ambiente sconosciuto e più pericoloso della savana stessa.

La savana, poi, per alcuni dei leoni fuggiti è un ricordo concreto, seppure lontano; per altri un sogno idilliaco; per altri ancora una realtà desiderata ma a cui ci si sente inadeguati, dopo anni segnati dalla prigionia ma anche dalla sicurezza. Questi approcci così diversi alla nuova realtà porteranno a rendere più difficoltose e conflittuali le dinamiche all'interno del gruppo di fuggitivi.

Come accennavo in precedenza, si potrebbe pensare che la guerra sia protagonista di quest'opera. In realtà si limita al ruolo di "sfondo incombente", per precisa scelta degli autori. Vaughan si conferma sceneggiatore abile, preciso, scorrevole. Persino coraggioso, non solo per la tematica (non di quelle semplici da affrontare), ma anche perchè l'umanizzare i comportamenti dei leoni - e di conseguenza i loro rapporti - è una scelta che corre i rischi della banalizzazione e del "già letto" (vedere l'umanità con gli occhi di 4 animali, e viceversa cercare di antropologizzare il comportamento dei 4 leoni). Se lo scrittore passa indenne fra questi rischi è anche per il lavoro di Henrichon; disegnatore non solo bravissimo come tratto e come storytelling, ma soprattutto preciso fino al maniacale nel ricostruire una Bagdad dilaniata dalla guerra e, conseguentemente, lo stupore e la paura degli animali di fronte a quel panorama spettrale e al rischio della morte incombente. Unico difetto: la caratterizzazione grafica dei 4 leoni sembra ammiccare ad una versione "adulta" del "Re Leone" della Disney.

La sensazione che viene lasciata al lettore (sensazione e, in fondo, "messaggio") è che gli animali non siano mai stati veramente liberi: non lo erano nella dorata prigione dello zoo di Bagdad, non lo sono neppure mentre li vediamo imprigionati in una tragedia che sfugge alla loro comprensione e alla possibilità di cambiare il corso della loro vita. Sono bestie in fuga e terrorizzate; vogliono la libertà, ma sono costrette a pensare innanzitutto alla sopravvivenza. E questo, sembra voglia dirci l'autore, è il destino di ogni essere vivente sconvolto dalla guerra...

Una considerazione finale sulla confezione dell'opera: ottima e... fin troppo lussuosa, visto che il cartonato a 15 euro sembra eccessivo per un lavoro che, seppure piacevole e impegnato, non lascia l'impronta del "capolavoro".

Francesco "baro" Barilli

Mister No

Segui dei personaggi per tanti anni, non perdi un numero delle loro testate, e ne conosci vita, morte e miracoli. Magari diventi, se hai capito quello che hai letto, un “esperto”. Ed è una cosa soddisfacente, che dimostra quanto possa diventare forte il legame tra un lettore e il suo eroe preferito, che sarà anche fatto di carta, ma può diventare così familiare...!

Ogni tanto, però, capita di avvicinarsi a qualcosa di nuovo e sconosciuto, qualcosa che non avremmo mai pensato potesse attirarci. Qualcosa di diverso.

E’ pensando a questo che, un anno fa, sono entrato in un negozietto di fumetti usati in cerca di altro. Non supereroi, che rimangono i miei preferiti. E nemmeno strips umoristiche, altro mio grande amore. “Proviamo qualcosa della Bonelli”, mi sono detto. “Zagor, Tex, Martin e Dylan li conosco già. Proviamo questo qui, che non ho mai letto prima. Proviamo...Mister No”. Tra le centinaia di albi Bonelli presenti nel piccolo ma fornito negozio c’erano anche numerosi MISTER NO (la serie regolare) e TUTTO MISTER NO (la ristampa cronologica durata una settantina di numeri, uscita oltre 15 anni fa). Per mia fortuna, del TUTTO c’erano anche i primi. Quella sera iniziai a leggere i tre albetti comprati la mattina. E fu amore a prima vista!

Mister No è Jerry Drake, reduce della seconda guerra mondiale che, dopo la fine del conflitto, decide di allontanarsi da quella civiltà che lo ha deluso troppe volte. Soldato per forza, pacifista per natura, Jerry viene soprannominato Mister No a cause del suo pessimo carattere, causa di tanti “no” ai suoi superiori negli anni della guerra.

Mister No sceglie come nuova casa Manaus, in Brasile. Nella verde Amazzonia, il veterano spera di trovare la tranquillità come guida turistica. Un lavoro che dovrebbe tenerlo lontano dai guai... ma sin dal primo numero, vediamo che non è così!
Non importa quanto Jerry possa allontanarsi dalla civiltà: violenza, avidità e meschinità non conoscono confini, e persino nel Brasile dei primi anni ’50 il nostro (anti)eroe dovrà vivere avventure pericolose ed infinite. Per sua sfortuna, certo, ma anche per il divertimento di noi lettori, che in ogni numero troviamo il povero pilota di Piper nei guai fino al collo; ma sempre a testa alta: nonostante tutto, Mister No rimane un inguaribile ottimista, che persino nei momenti di più nera povertà (cioè sempre) affronta la vita con un sorriso in volto e un bicchiere di cachaca in mano.

Mister No è una creazione di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e di Gallieno Ferri, lo storico disegnatore di Zagor, e ha esordito nel 1975 nell’albo omonimo. Come di certo saprete, Bonelli ha scritto un gran numero di storie di Tex, Zagor e altri personaggi, ma è proprio con Mister No che si è sentito più “a casa”: si tratta di uno di quei casi in cui autore e personaggio sono legati in maniera indissolubile, come Carl Barks e Zio Paperone, o Stan Lee e Silver Surfer. Bonelli, amante dell’Amazzonia e dell’avventura, ha messo tutto se stesso nel suo personaggio più riuscito. Non senza successo, visto che MISTER NO è stato per anni uno dei best seller della Casa Editrice.
E non c’è da stupirsi, visti i nomi degli autori che si sono occupati di lui: a parte Nolitta e Ferri vanno menzionati assolutamente Roberto Diso, che ha aggiornato il look di Mister No ed è stato copertinista della serie, il romitiano Fabio Civitelli, quando ancora non era una colonna di TEX, e Alfredo Castelli, che ben conoscete come creatore di Martin Mystère.

Il caso ha voluto che chi scrive sia rimasto folgorato dal personaggio proprio mentre questo stava per abbandonare le edicole italiane: alla fine del 2006, infatti, Bonelli stesso ha messo la parola fine alle avventure del suo “figlio prediletto” con il numero 378. L’abbassamento delle vendite e la risistemazione del parco testate della Sergio Bonelli Editore hanno infatti decretato la fine della serie, lasciando appassionati vecchi e nuovi privi di nuove avventure del loro eroe. Ma è davvero finita così? In realtà, nonostante tutto, la situazione è meno tragica di quel che sembra.

Prima di tutto, Bonelli ha annunciato la ripresa degli Speciali dedicati al pilota di Manaus. Due uscite all’anno, con storie autoconclusive ambientate in diversi periodi della vita del personaggio. Il primo (MISTER NO SPECIALE 16), intitolato Il tesoro maledetto, è già uscito ed è una bella storia legata agli avvenimenti della prima memorabile avventura di Jerry Drake.
La notizia più gradita per un neofita come me, però, è un’altra: in primavera le Edizioni If hanno iniziato a ristampare la serie nella curatissima MISTER NO RIEDIZIONE, ristampa cronologica che ogni mese, ad un prezzo contenuto (4,90 €), ripropone a lettori vecchi e nuovi due numeri della collana storica. Un’occasione davvero preziosa per scoprire o riscoprire uno dei più interessanti personaggi del fumetto italiano.
Insomma, anche se la serie inedita è finita quasi un anno fa, il nostro Jerry non ha ancora smesso di far parlare di sé!

Chiudo tornando al discorso iniziale. Se si parla di Mister No, io sono un lettore senz’altro inesperto. Non conosco le storie più importanti, non so in quale numero succede questo o quell’evento, non so quando Diso sostituisce Ferri come copertinista. Sicuramente ci sono persone più esperte di me che su Jerry Drake potrebbero scrivere articoli ben più lunghi e completi di quello che avete letto.
Eppure sono contento di questa mia condizione di “ultimo arrivato”. Sapete perché? Perché quando ho letto il primo racconto di Mister No, vecchio di 31 anni ma per me del tutto inedito, ho riprovato una certa sensazione: quella di chi entra in un mondo nuovo e non vede l’ora di esplorarlo. La stessa sensazione provata quando presi il mio primo fumetto dell’Uomo Ragno, o di Superman, o di Topolino.
Ed è una bella sensazione.

E se avrò trasmesso ad altri potenziali nuovi lettori la voglia di provare a leggere almeno un numero di questa serie... beh, sarò ancora più soddisfatto!

Giada: benvenuti nel mio inferno - nov 2007


GIADA: Benvenuti nel mio inferno - Testi: Federico Sfascia disegni: Matteo Cremona, Maurizio Rosenzweig, Federico Sfascia - Volume, bianco e nero, 48 pg - Edizioni Arcadia - 6 euro

La vita vera, quella che c’è fuori dalle pagine di un fumetto è un casino. La vita di Giada è infatti un disastro, anzi un inferno. Solo che dentro un fumetto tutto può mostrarsi per quello che è senza nascondersi dietro l'apparente normalità della quotidianità. In Giada non si racconta la storia di un’adolescente e del suo conflitto con il mondo attraverso metafore horror ed iperboli splatter, semplicemente ciò che ci circonda è mostrato nell’unico modo per cui le cose storte della vita possono avere un senso. L’horror splatter diventa uno scenario e, pagina dopo pagina, sempre di più una chiave di interpretazione degli eventi.

Benvenuti nel mio inferno

È quel Matteo Cremona che si occuperà di illustrare su testi di Roberto Recchioni la nuova serie Panini made in Italy (David Murphy –911-) a presentarci Giada. O meglio, la parte di Giada rimasta integra. Il tronco superiore e quasi tutta testa per l’esattezza. Una volta girata la pagina tutto torna normale e cominciamo a conoscere la protagonista e il cast di comprimari, quasi degli archetipi puri in linea con i dettami del cinema horror: Alice ovvero tutto-quello-che-Giada-non-ha-e-non-potrà-mai-avere, il perfido professor Trementio, lo sfigatissimo Elia e lei, la disadattata per eccellenza, Giada. Basta poco a conoscere i personaggi e grazie al grande talento di Cremona nel ritrarre i lori visi ancor meno a capire i sentimenti che li animano in ogni scena. La storia sembra procedere in bilico tra la commedia e il romanzo di formazione, quando Sfascia, che parallamente al fumetto porta avanti una carriera di regista di film horror, e Cremona assestano il primo colpo all’apparente normalità della vicenda con l’apparizione di un mostro tentacolare.

A traghettare i lettori in un crescendo di demoni, automi ante literam e viaggi dimensionali ci pensa Maurizio Rosenzweig (Davide Golia, John Doe, Fantomas), che sostituisce Cremona deformando personaggi ed ambienti in modo sempre più grottesco con un susseguirsi di tavole stupende e piene di vitalità. Per l’epilogo il testimone dei disegni passa allo sceneggiatore Federico Sfascia che con il suo stile caricaturale svela al lettore un mondo strano, fantastico ma finalmente sensato.

Splatter, romanzo di formazione o divertissement ?

La scelta di accentuare il cammino di Giada e del lettore verso la verità attraverso l’avvicendarsi di disegnatori così diversi funziona grazie all’abilità dei tre nel rendere i cambi di registro graduali e mai bruschi È proprio questo progressivo mutarsi dello stile di disegno insieme all’accentuarsi dei toni fantastici a creare quel cortocircuito virtuoso che rende convincente Giada: benvenuti nel mio inferno. Non mi riferisco alla struttura narrativa, alla linearità della sceneggiatura o al ritmo, parlo del tentativo di spiegare perché ad un’adolescente sembri tutto così difficile e schifoso. Perchè la vita vera, quella che c’è fuori dalle pagine di un fumetto sia un casino per tutti. La risposta data da Sfascia&co. può sembrare semplicistica, ma ha il pregio di avere senso senza risultare pretenziosa. Il che non è poco.

Questo è però solo un modo di leggere Giada, ma ce ne sono molti altri. Si può leggere come una commedia adolescenziale scritta da Sylver Stallone e girata da un nostalgico degli horror casalinghi. Oppure come una gustosa e un po’ snob opera di recupero e reinterpretazione di generi e soluzioni narrative apparentemente inconciliabili tra loro. Io non sottovaluterei l’ipotesi che tutto sia nato per fare disegnare a Rosenzweig un party/sabba liceale e a Cremona la ragazza più figa della scuola mentre si fa la doccia. Forse qualche risposta arriverà dal secondo numero previsto per Mantova Comics ai primi di Marzo sempre per le Edizioni Arcadia, una giovane e coraggiosa casa editrice che, pur con qualche comprensibile incertezza grafica iniziale, ha iniziato la sua avventura editoriale con un entusiasmo e una passione rari.

gedo

Amazing Spider-Man


AMAZING SPIDER-MAN di Stan Lee, testi e John Romita Sr., disegni

Anche per quest’anno la fiera di Lucca è finita. Ho rivisto gente, mi sono divertito, ho comprato... eh, quanto ho comprato. Tante cose. E tra queste, un qualcosa “in più” che ho voluto come autoregalo di laurea: dei numeri di AMAZING SPIDER-MAN degli anni ’60. Non importa quali siano, o quanto li abbia pagati (per fortuna poco!). Ciò che per me conta davvero è che mi sono portato a casa dei pezzi “antichi” appartenenti a quello che considero il miglior periodo nella vita editoriale del mio eroe preferito, l’Uomo Ragno. Avevo già deciso di scrivere per questo sito un articolo su quell’epoca d’oro, e ora che ho tra le mani queste meraviglie di Stan Lee e John Romita Sr. mi sembra ancora più doveroso farlo!

Premessa: adoro le storie di Spider-Man di Stan Lee e Steve Ditko, i creatori del personaggio. Trovo che Ditko sia stato eccessivamente e ingiustamente sottovalutato, e le sue storie meriterebbero di essere riscoperte con più attenzione. Però... è con Romita che l’Uomo Ragno diventa l’Uomo Ragno che tutti conosciamo e amiamo. Sono quelle le storie che hanno reso questo personaggio davvero immortale e popolare. Ed è di loro che oggi voglio scrivere.

John Romita Sr. sostituisce Ditko con AMAZING SPIDER-MAN 39, nel 1966. Un albo storico, non solo per l’esordio del nuovo disegnatore, ma anche perché rivela finalmente ai lettori l’identità segreta di Goblin, supercriminale che ha tormentato l’Arrampicamuri sin dal numero 14: si tratta di Norman Osborn, padre di Harry, un compagno di corso di Peter Parker.

Romita è un disegnatore che ha dedicato buona parte della sua carriera alle storie d’amore, oggi praticamente inesistenti nei fumetti USA ma estremamente popolari nella Silver Age. Non si direbbe il disegnatore più adatto alle avventure di un supereroe come Spider-Man, nonostante nella sua carriera non siano mancate incursioni nel territorio degli eroi in calzamaglia: da ricordare alcune sue prove con il Capitan America degli anni ’50 e soprattutto sulla serie DAREDEVIL poco prima di approdare su AMAZING. Eppure... l’alchimia Lee/Romita/Uomo Ragno funziona, e permette la nascita di alcune delle più belle storie Marvel di sempre.

Sconfitto Goblin l’Uomo Ragno incontra nuovi criminali come Rhino, Shocker, il secondo Avvoltoio e Kingpin e ritrova alcune vecchie e sgradite conoscenze come il Dottor Octopus, Kraven e l’Avvoltoio. Insomma, pur con la partenza di Ditko, vero maestro nel ritrarre villains grotteschi come quelli affrontati abitualmente dall’Uomo Ragno, la vita del nostro eroe non era certo priva di minacce impossibili e duelli estenuanti!

Tutto questo mentre anche la vita privata di Peter Parker cambia ed offre ai lettori interessanti novità: il trasloco a casa di Harry, la partenza di Flash Thompson per il Vietnam, la fine dell’amore di Peter per Betty Brant, l’inizio del fidanzamento con Gwen Stacy e, ultima ma non per importanza, l’introduzione di Mary Jane Watson, presentata ai lettori dopo una lunga attesa.

E tutto questo in sole venti pagine mensili. Impensabile, oggi... ma negli anni ’60 l’appassionato dell’Uomo Ragno poteva godersi ogni mese una bella storia piena di azione, amore, colpi di scena e molto altro ancora. Tutto merito di Lee e Romita, aiutati in diverse occasioni anche da altri professionisti del settore come Don Heck, John Buscema e soprattutto Gil Kane.

Pagine memorabili, storie memorabili, che già da qualche tempo il pubblico italiano ha la fortuna di poter riscoprire grazie a SPIDER-MAN COLLECTION, eccellente ristampa cronologica del Tessiragnatele iniziata nell’autunno 2004 da Panini Comics e arrivata al numero 27. Proprio in questo periodo SMC ha iniziato a riproporre quelle che considero le migliori storie dell’epoca: la nascita di Schemer, lo scontro con la Vedova Nera, lo smascheramento di Peter Parker, la morte del capitano George Stacy, la campagna anti Uomo Ragno di Sam Bullitt....

Sono tutte storie che conosco a memoria, e che soprattutto ho letto quando erano già piuttosto vecchie: avevano almeno tre decenni sulle spalle quando le scoprii per la prima volta, eppure contro ogni “regola” (non chiedetemi perché, ma a quanto pare i lettori più giovani degli anni ’90 dovevano leggere solo Image) me ne innamorai subito. Ora i decenni sono quattro, ma quei fumetti non sono ancora invecchiati. E mentre li leggo... neanch’io. Anche se li rileggo con gli occhi di una persona che ha dieci anni di più, riprovo ancora le stesse emozioni di una volta quando rivedo il sorriso di Gwen, l’Uomo Ragno disteso sulla neve sconfitto dal secondo Avvoltoio, il costume rosso e blu gettato nel bidone, Mary Jane che balla al “Gloom Room a go go”, il triste Uomo Ragno alla finestra di Gwen... Non c’ero quando queste storie uscirono, ma non mi importa, sono comunque una parte importante della mia vita di lettore. Il mio amore per loro le ha rese anche mie. Altrimenti come avrebbe potuto colpirmi così tanto un’opera più recente, ma che omaggia quei momenti irripetibili, come SPIDER-MAN: BLUE di Jeph Loeb e Tim Sale?

Sono passati 41 anni da AMAZING 39 e dall’inizio dell’era Lee/Romita... ma che importanza ha? I bei fumetti non hanno età, e per nostra fortuna l’AMAZING SPIDER-MAN di Lee e Romita Sr. è un bellissimo fumetto, da leggere e rileggere. Magari ascoltando qualche canzone dell’epoca per ottenere l’atmosfera giusta...
Mentre scrivo ho tra le mani L’UOMO RAGNO 95 della Corno; nelle prime pagine dell’albo Peter cammina pensieroso per la città, Gwen Stacy se n’è andata a Londra e forse non tornerà più... in sottofondo Mina canta “Se telefonando”. Ancora una volta, mi emoziono davanti ad un “vecchio fumetto”

Francesco Vanagolli

Cioccolata e Patatine, di Carlos Trillo e Juan Bobillo - ott 2007


“Cioccolata e patatine” di Carlos Trillo e Juan Bobillo

Nel fumetto "Cioccolata e patatine" [1] Carlos Trillo e Juan Bobillo descrivono il devastante dramma familiare toccato a sei fratellini che vengono abbandonati dai genitori e da un giorno all'altro rimangono soli senza nessun aiuto o sostegno da parte degli adulti. Li aspetta una nuova vita meno imbrigliata nelle regole ma anche più triste, angosciante e solitaria: se da un lato è possibile scegliere di saltare la scuola a piacimento e pasteggiare senza nessun ritegno con le patatine fritte intinte nella cioccolata calda, dall'altro non c'è nessuno che rimbocchi le coperte o dica una parola di conforto nei momenti bui.

Per un lungo tratto della storia i bambini non sono neanche lontanamente sfiorati dall'idea di essere stati lasciati in modo tanto spregevole (come non lo sono i lettori che fino alle ultime pagine non vengono messi a conoscenza di cosa è davvero successo) e la loro disarmante e fanciullesca ingenuità attribuisce l'assenza del padre e della madre ad un rapimento alieno, favorito dalla complicità del portiere del palazzo con i marziani.
A prima vista gli autori vogliono imbastire un fumetto "di bambini" e "per bambini", come lasciano intuire il tratto di Juan Bobillo, che nelle sue tavole cerca di ricatturare un modo di disegnare e colorare tipicamente infantile, e la prosa di Carlos Trillo, attento sia a caratterizzare in modo convincente i suoi piccoli personaggi sia a creare situazioni e dialoghi in cui il modo di fare tipico dei bambini è messo in risalto.
I ragazzini traviano dettagli piccoli e insignificanti fino a creare castelli in aria tanto coerenti per loro quanto bislacchi per qualunque adulto. Per esempio una battuta innocente come «...Guarda che se un bambino dice le bugie... Arriva Darth Vader con la sua nave spaziale e se lo porta via... Eh?!» fa del portinaio un collaborazionista interplanetario...

Un altro esempio è dato dalla coppia formata dalle tavole 36 e 37 [2]. I bambini, certi che gli alieni hanno assediato la loro palazzina, organizzano il contrattacco formando delle squadre investigative per intrufolarsi nell’appartamento del portinaio e in cantina. Il gruppo che esplora la cantina (tavola 36) si muove cauto e intimorito fino a trovarsi nell'ultima vignetta di tavola 36 di fronte alla porta arrugginita di un armadio. Aprendola (voltando la pagina) i ragazzini si trovano di fronte un alieno spaventoso.
In realtà il mostro verde è frutto della loro fantasia galoppante che ha trasformato in un marziano quelli che probabilmente erano dei vestiti appesi o delle cianfrusaglie ammucchiate nella penombra.
Si può dire che la tavola 36 rappresenta il punto di vista degli adulti: il lettore non vede altro che quattro figure spaventate che si aggirano per un'anonima cantina buia armati di torcia; per un adulto non c’è alcun motivo di emozionarsi e l’“avventura” è vista dall’esterno e da lontano. L’atto di voltare la pagina immerge il lettore in un’inquadratura soggettiva che gli fa sentire con lividezza i pensieri e le fantasie dei bambini. Quelli che per gli adulti erano un eccesso della fantasia e una paura esagerata diventano, attraverso lo sguardo dei fratellini, una realtà tangibile.

Cioccolata e patatine” non è però solo un tentativo di ricatturare il modo di vivere, pensare e interpretare la realtà tipico dei bambini. Nell'arco di tutto il fumetto è presente una sottile vena drammatica destinata ad esplodere nelle pagine conclusive.

Nell'incipit il piccolo Leandro si sveglia in piena notte, si affaccia sulla porta della camera dei genitori, guarda il letto matrimoniale e si accorge che è vuoto. Dalla finestra aperta proviene una luce che ad un tratto si spegne lasciando il bambino solo al buio. Per Leandro la luce appartiene inequivocabilmente agli alieni che hanno rapito i genitori e se ne sono andati via proprio quando è entrato in camera. In realtà, alcune pagine dopo, i lettori scoprono che la spiegazione è molto semplice e razionale: quella notte la lampadina del lampione di fronte alla finestra si è fulminata. Il piccolo episodio, apparentemente insignificante, è in realtà un campanello d’allarme per il lettore: fa presagire che, al di là di tutte le trovate più fantasiose che potranno architettare i bambini, alla fine la realtà emergerà fatalmente in tutta la sua crudezza.

La componente drammatica del fumetto è sottolineata anche dalla coppia di tavole affiancate formata dalle tavole 5 e 6 [3]. La sesta tavola è una splash page in cui i bambini vengono mostrati su una barca alla deriva nel mare tempestoso, chiara metafora dell'abbandono da parte dei genitori. Va notato come nelle due tavole i livelli grafico e testuale si intreccino e si contrappongano: a tavola 5 la realtà è preminente a livello grafico e il livello testuale è dominato dalle fantasie dei bambini mentre nella tavola successiva c'è un'inversione con la trasfigurazione della realtà in metafora nel disegno della nave travolta dalla tempesta contrapposta al breve e incisivo livello testuale ("mamma e papà non ci sono più").

Solo nelle ultime pagine del fumetto la verità viene a galla in tutta la sua prepotente drammaticità. I piccoli scoprono che la notte della fuga una videocamera è rimasta inavvertitamente accesa ed ha filmato un dialogo compromettente in cui i genitori sciorinano a ruota libera tutto il loro disprezzo e mancanza d'amore per i figli.
Cioccolata e patatine” quindi è un fumetto dalla doppia valenza in cui non viene solo mostrato il punto di vista privilegiato sul Mondo che possono avere solo i bambini, capaci di trasformare la banalità e lo squallore quotidiano in una fantasia dolce e fittizia, ma non per questo meno reale di quella che gli adulti considerano realtà. Trillo e Bobillo vanno oltre e mandano l'incanto in frantumi descrivendo l'istante in cui i bambini perdono l'innocenza e fanno il loro ingresso prematuro e traumatico nell'età adulta. Il tema affrontato dallo scrittore argentino Carlos Trillo in “Cioccolata e patatine” può essere rintracciato in un’altra sua opera, “Spaghetti Bros.[4], scritta a quattro mani con Guillermo Saccomanno e disegnata da Domingo “Cacho” Mandrafina.
Questo fumetto è una commedia dalle tinte nere che ha come protagonista una famiglia strampalata emigrata dall’Italia in USA ai tempi del proibizionismo. Antonio il poliziotto, Francesco il prete, Caterina la star del cinema muto con lo pseudonimo di Gipsy Boone, Carmela la vedova e Amerigo il gangster sono cinque fratelli che vanno sempre più alla deriva in una spirale di inganni, malefatte e odio reciproco.
L’abbondanza di personaggi, calati in situazioni tanto diverse e contraddittorie, permette agli autori di realizzare una lunga sequenza di racconti brevi molto originali e ricchi di spunti, che traggono linfa anche da un sottobosco di “attori” secondari e comparse che nell’arco di un solo episodio riescono a ritagliarsi un loro importante spazio e ad emergere o affogare nelle peggiori miserie umane e nei peccati.
Ignaro e innocente (?) spettatore del turpe teatro che vede in scena i cinque depravati fratelli è James, figlio di Carmela, una donna che, sotto i panni della povera vedova, nasconde un’attività di killer a pagamento.
Il ragazzino nutre ambizioni di scrittore e prova a sfondare chiedendo aiuto alla zia Caterina che certamente ha qualche aggancio fra gli sceneggiatori cinematografici. James viene così indirizzato al signor Barton, amante della zietta (sempre pronta a saltare da un letto all’altro), che accetta con poca convinzione di valutare la sceneggiatura. Barton non sa che James, nel descrivere la vita di un bambino cresciuto in mezzo a persone consumate dai vizi e dalla malvagità, ha scritto un’opera autobiografica. Gli eccessi sono talmente spaventosi che Barton crede che il ragazzo abbia cavalcato troppo con la fantasia. Lo liquida dicendogli che «un bambino che vivesse quella vita atroce sarebbe un mostro… un piccolo mostro crudele».
James immagina se stesso con le fattezze del mostro di Frankenstein [5] ma non riesce a capire perché il signor Barton lo ha chiamato mostro. Per il ragazzo un “mostro” è qualcosa di brutto da vedere, che ha un pessimo aspetto. E’ ancora troppo innocente per capire che la vita in una tale famiglia contagia nell’animo.
NOTE
[1] Carlos Trillo e Juan Bobillo, «Cioccolata e patatine», Lanciostory, n. 44-47, Eura Editoriale, Roma, 2002.
[2] Pubblicate su Lanciostory n. 47/2002 a pagina 87 e 88.
[3] Pubblicate su Lanciostory n. 44/2002 a pagina 92 e 93.
[4] Carlos Trillo, Guillermo Saccomanno e Domingo Mandrafina, «Spaghetti Bros.», n. 1-6, in I Giganti dell’Avventura n. 27, 28, 30, 32, 34, 36, Eura Editoriale, Roma, 2001-2002 [1993-1998].
[5] Carlos Trillo, Guillermo Saccomanno e Domingo Mandrafina, «Spaghetti Bros.», n. 3, in I Giganti dell’Avventura, n. 30, Eura Editoriale, Roma, 2001, pag. 210.

Luigi Siviero

Hulk The End - giu 2008


HULK: The End, scritto da Peter David, disegni di Dale Keown - 48 pagine, cartonato, colori - 9,00 euro - Prima edizione originale: Marvel, 2002 - Prima edizione italiana: Panini Comics, 2003


Fra le tante iniziative interessanti ideate da Joe Quesada nel corso della sua ormai lunga e fruttuosa gestione della casa editrice Marvel c'è The End, una serie di fumetti in cui viene raccontata la fine dei personaggi della Casa delle Idee. Il compito di descrivere gli ultimi giorni di Hulk non poteva che essere affidato a Peter David, scrittore che ha narrato le gesta del mostro verde per ben dodici anni dal 1987 al 1998, affiancato per l'occasione da Dale Keown, disegnatore che negli anni '90 ha condiviso in parte il percorso di David su The Incredible Hulk.

In Hulk: The End Peter David descrive un incubo a occhi aperti in cui la Terra, devastata dalle bombe gamma, è diventata una landa semidesertica illuminata da un sole che, filtrato dalle polveri alzate nell’atmosfera, emana una luce pallida e verdognola. La corsa sfrenata dell'umanità sulla strada della tecnologia si è conclusa in modo catastrofico e l'illusione di dominare la Terra si è rivelato vano e malato.
Gli unici sopravvissuti a questa follia post atomica sono due uomini che condividono lo stesso corpo, Bruce Banner e Hulk, sciami di scarafaggi mutati e un uccellino consumato dalle radiazioni.

Banner è uno scienziato ormai prossimo alla fine mentre Hulk è un mostro verde e muscoloso in piena forma. In apparenza i due sono completamente diversi: un dottore razionale e intelligente che vive con il peso di trasformarsi in un energumeno impulsivo, stupido e violento. Bastano però poche pagine (anzi, solo tre vignette della primissima pagina) per accorgersi che fra i due la diversità è solo apparente; entrambi infatti compiono un gesto che mostra affinità d’animo. Entrambi schiacciano uno scarafaggio. In modo diverso, certo: Banner è debole, cammina a malapena, e per uccidere si serve del bastone, mentre Hulk non risparmia un briciolo della sua forza nonostante l’avversario sia piccolo e insignificante. Quello che conta è che lo uccidono.

"Padrone di tutto ciò che mi circonda. Ecco cosa sono", così Banner commenta l’uccisione.
L’uomo è stato capace di devastazioni immense su scala planetaria e Banner nutre ancora la brama di uccidere e la sete di dominio che ha portato alla catastrofe prendendosela con l’unica specie vivente risparmiata dalla furia atomica. Banner dimostra di essere avido e malvagio nella misura che solo gli uomini riescono a raggiungere.

Banner è anche presuntuoso. La razza umana è famosa nel cosmo per la sua spietatezza e crudeltà, e così le razze aliene vedono la sua estinzione come la liberazione da un male e da un pericolo. Per assicurarsi che gli uomini scompiano per sempre dall'Universo gli alieni inviano sulla Terra un Registratore, un robot incaricato di assicurarsi che gli uomini muoiano proprio tutti, fino all’ultimo.

Il Registratore si limita ad attendere che Banner/Hulk muoia per poter dare la lieta novella agli alieni, ma Banner, l’ultimo uomo, fraintende le loro intenzioni e chiede al Registratore se lo scopo delle osservazioni è imparare dagli errori dell’uomo… Dopo che la razza umana ha dimostrato tutta la sua stoltezza devastando la Terra, Banner si illude che gli uomini abbiano qualcosa da insegnare… Non è affatto così e il Registratore stesso ne è la dimostrazione: questo robot (come afferma egli stesso) è programmato solo per registrare, mentre uccidere non rientra tra le sue funzioni. E’ un esempio di tecnologia innocua davanti alla quale lo scienziato della bomba non può che vergognarsi.

Infine Banner è cinico. Banner/Hulk è perennemente seguito da una videocamera del Registratore che riprende ogni secondo della vita dei due fino all’ultimo respiro e che, su richiesta di Banner, può proiettare immagini passate. Fra queste immagini ci sono i continui attacchi a Hulk da parte di migliaia di scarafaggi: ogni volta gli divorano le carni, lo spolpano, ma Hulk riesce sempre a sopravvivere grazie ad un potere di guarigione che gli rigenera il corpo. Sono le sequenze che Banner ama rivedere, provando gusto (un gusto tutto "scientifico") nell’osservare le immagini di Hulk che viene mangiato lentamente, poco per volta, e che infine si ricostituisce. Il picco più estremo e disumano della vivisezione.

Nell'ultima pagina di Hulk: The End viene addirittura suggerito che il vero mostro è lo scienziato. Banner muore e finalmente si realizza uno dei grandi desideri di Hulk: avere il proprio corpo solo per sé, senza doverlo condividere con l’odiato, debole, insignificante scienziato. Dovrebbe trattarsi di una vittoria per Hulk ma non è così, il gigante è triste; ora è l’ultimo uomo sulla Terra e prova la vera solitudine, lui che più di ogni altro voleva essere lasciato in pace dagli altri uomini. Hulk riesce a provare un po' di quell'amore di cui nessun uomo è mai stato capace, nemmeno dopo avere annientato la Terra.

Luigi Siviero

mercoledì 19 agosto 2009

Civil War n. 7 - sett 2007


CIVIL WAR N. 7 di Mark Millar (testi), Steve Mc Niven (disegni) - 48 pagine, brossurato, colori, 3,00 € - Panini Comics

di Francesco "baro" Barilli


Numero finale per questa saga, anche se i suoi effetti sono destinati a riverberare ben oltre questo episodio. Ma la promessa fatta su queste pagine era di seguire tutta Civil War, e dunque è ora di commentare non tanto (o non solo) il settimo numero, ma la storia nel suo complesso, indipendentemente dai futuri sviluppi.

Il mio giudizio finale? Una storia non bella, non brutta, e nemmeno mediocre. Cosa, allora, direte voi? Andiamo con ordine.

"Non bella" perchè, diciamocelo, al di là di un punto di partenza interessantissimo, Civil War risente della troppa carne al fuoco, che ha portato problemi su cui ci siamo già soffermati negli articoli precedenti. Alcuni personaggi forzati; altri che appaiono perchè "devono apparire", ma si limitano a un cameo neppure troppo riuscito o a fare da tappezzeria; alcuni dialoghi e rapporti interpersonali affrettati e sbrigativi.

Certo, come ho già avuto modo di dire, la lettura dei vari tie in solleva il livello qualitativo della storia, creando un affresco coerente dell'universo Marvel come da tempo non si vedeva, e approfondendo a dovere talune scelte apparse paradossali nella trama principale. Un esempio lo si è potuto vedere anche in questi giorni, nello speciale "Civil War: vittime di guerra", che propone un duro faccia a faccia fra Tony Stark e Steve Rogers, precedente la conclusione della saga. Questo albo si basa, oltre che sul serrato confronto fra i due personaggi, su una carrellata retrospettiva delle occasioni in cui Capitan America e Iron Man si erano trovati in contrasto. Uno sguardo al passato forse un po' ingenuo, a tratti didascalico, ma importante dal punto di vista filologico e comunque ben costruito e persino toccante. E, soprattutto, questo estremo tentativo di comporre la frattura fra i due eroi più rappresentativi delle fazioni in lotta appare una ragionevole "pezza" messa su uno degli aspetti più controversi dell'intera guerra civile: il precipitare degli eventi troppo repentino e privo di tentativi di dialogo, fra personaggi che vantavano rapporti di collaborazione e amicizia pluriennali.

Ciò non toglie che se l'analisi si ferma al lavoro di Millar e Mc Niven su questi 7 numeri il bilancio non può far gridare al capolavoro. Ed è meglio non soffermarsi neppure su sciocchezze quali il ritorno in vita dell'originale Capitan Marvel: un ritorno basato su uno degli espedienti narrativi più strampalati che mi sia capitato di leggere, e peraltro finalizzato a far apparire Mar-Vell, protagonista di vecchie e bellissime storie di Jim Starlin, solo in un brutto episodio di Frontline e in una sola vignetta del settimo capitolo di Civil War.

Perchè, allora, non parlo di storia brutta nè di mediocrità? Perchè è innegabile che l'obbiettivo principale è centrato egregiamente: proiettare il mondo Marvel nella contemporaneità post 11 settembre, con un approccio il più possibile realistico, ferma restando la sospensione dell'incredulità, propria del fumetto supereroistico. E la "porta aperta verso il futuro" che la storia lascia alla sua conclusione è coerente con questo obbiettivo: per una volta la frase "nulla nell'universo Marvel potrà più essere come prima" non sembra semplicemente uno slogan per acchiappare i lettori. L'America fittizia dell'Uomo Ragno ha fatto i conti con le tensioni, le paure, le contraddizioni, le forzature del "suo" 11 settembre. Le ferite non si rimargineranno facilmente: quelle fisiche quanto quelle createsi all'interno della comunità supereroistica o fra questa e la società, che ora guarda agli eroi con disincanto.

L'atto conclusivo di Civil War resta però un fumetto discutibile: un "krakka krakka badabooom" che si conclude con la resa dei conti fra le due fazioni contendenti (come sempre sono generico per limitare anticipazioni per chi non avesse ancora letto l'albo). Una scazzottata in cui i due eroi simbolo delle diverse e antitetiche posizioni verso il Registration Act finiscono, manco a dirlo, col fronteggiasi direttamente. Tutto è prevedibile e scontato fino all'epilogo, e se è vero che il confronto finale fra Capitan America e Iron Man doveva avere un valore simbolico, è pure vero che anche questo valore finisce annacquato in quella prevedibilità, nella spettacolarizzazione gratuita, nella ricerca del "botto" che deve regalare l'effetto speciale.

Francesco "baro" Barilli

Pugacioff e dintorni di Giorgio Rebuffi


PUGACIOFF & dintorni 1959 - 1963 di GIORGIO REBUFFI

cofanetto con 3 volumi brossurati, cm 15x21, b/n, circa 250 pag. l'uno Edizione speciale numerata e firmata dall'Autore

da richiedere a: ANNEXIA Associazione Culturale - Via Provinciale sud 21 - 15060 Carrosio (AL) per info: annexia23@libero.it oppure laca@pasol.org


di Orlando Furioso

"...Tempi ingenui? Può darsi... Di buono c'era che potevamo fare agire i personaggi ignorando le pastoie soffocanti del buonismo imperversante di oggi. Chi sapeva qualcosa del Politicamente corretto? Di sicuro non Pugaciòff che se ne fregava altamente delle convenzioni, il malignazzo!"

Giorgio Rebuffi, "Ricordo im...perfettamente", Pugaciòff & dintorni, volume 2.

...Qualche mese fa ho acquistato PUGACIOFF & dintorni, il cofanetto contenente 3 volumi dedicati alla ristampa cronologica delle storie del mitico Pugaciòff, il luposki della steppaffGiorgio Rebuffi e se ne parlo solo ora è perché nel frattempo ho letto e riletto quei tre meravigliosi volumi, me li sono coccolati, mi ci sono commosso, ho riso, ho guardato le figure, ne ho letto e riletto gli interventi scritti... dire che "me li sono goduti" è un eufemismo e non è nemmeno del tutto vero, perché ho intenzione di godermeli ancora per un sacco di tempo! creato dal Maestro

Perché leggere questi tre meravigliosi volumi?
Non solo perché gli episodi sono stati ripuliti e arricchiti con toni di grigio dall'Autore stesso e quindi hanno un'aspetto scintillante, ma perché queste prime 32 storie sono semplicemente stupende, divertenti, spensierate-ma-non-troppo.
Leggere queste storie vuol dire godere dell'opera di uno dei più grandi maestri italiani, un Giorgio Rebuffi in stato di grazia, traboccante creatività e fantasia; significa immergersi (o re-immergersi, a seconda dell'età) in un tipo di umorismo che è il sostrato, la base del successivo umorismo italiano - e non solo - a fumetti, per ridere con le innumerevoli gag.
Leggere per avere il quadro di un'epoca, fumettistica e non, assolutamente irripetibile, per citare volentieri l'ultimo, fondamentale libro di Luca Boschi, di cui si parlerà prossimamente qui su fumettidicarta.

Importanti e illuminanti i numerosi interventi inseriti tra una storia del luposki e l'altra, interventi dell'Autore Giorgio rebuffi, del già citato Luca Boschi, di Sergio Bonelli, Ivo Milazzo, Giampaolo Bombara, Vittorio Pavesio, Mario Gomboli, Luciano Tamagnini e molti altri.
Non si tratta di "riempitivi", ma di interessanti testimonianze sempre frizzanti e giustamente affettuose e articoli di approfondimento sulle edizioni fatte all'estero e sulle ristampe degli Anni 60, memorie d'autore e curiosità varie e sempre interessanti e divertenti.

Nelle storie insieme a Pugaciòff si muovono e agiscono gli altri personaggi, come Cucciolo e Beppe, una coppia di fatto ante litteram, tant'è vero che, senza problema né malizia alcuna, dividono lo stesso talamo; o come Bombarda, la suprema fantasia alimentare del Luposki che dedica i suoi maggiori sforzi nel cercare di catturarlo per cucinarlo e, finalmente, mangiarselo; la Peppa una fantastica (e petulante) versione femminile di Beppe, che si acompagna sempre ad un... canguro domestico; l'adorabile Geraldo, squalo-da-guardia di Bombarda, che lo tiene in una piscina nel cortile di casa; e gli altri mille personaggi creati dall'inesauribile fantasia di Rebuffi.
Sono personaggi straordinariamente vivi, che pare di vederli muovere all'interno delle vignette e che, nonostante la loro età non proprio verdissima, conservano un'attualità, una verve e una piacevolezza che non hanno eguali.

In queste storie veniamo deliziati da idee e trovate vulcaniche che danno luogo a una comicità che spazia dal surreale... a una sorta di "iperrealismo", visto che i vizi e le (poche) virtù dell'epoca sono messe impietosamente alla berlina, in modo da far ridere, ma anche - con una lettura un po' più adulta - riflettere, almeno un pochino, non troppo però, ché se una cosa quei fumetti insegnavano e insegnano non è certo una pretestuosa didatticità edificante, ma del sano e liberatorio divertimento!

Le storie a fumetti e gli interventi scritti sono piacevolmente inframezzati da riproduzioni delle copertine dell'epoca e da interventi grafici del maestro Rebuffi, nuove tavole inedite disegnate ad hoc proprio per questi tre splendidi, imperdibili volumi.

E a proposito di "interventi grafici", bisogna ulteriormente sottolineare l'alta qualità dei disegni di Rebuffi, la sua costante evoluzione (ricordiamo che i tre volumi coprono un periodo di tempo che va dal 1959 al 1963), il suo fiero "sganciarsi" dalla tradizione/imposizione dei canoni disneyani, giungendo a una sintesi, a una pulizia di segno, a un'espressività splendidamente spigolosa, originale, innovativa. Non è retorica affermare che quei disegni sembrano fatti l'altroieri, tanto sono moderni.
Uno degli elementi che sicuramente colpiscono il lettore - argomento giustamente ripreso da più di uno degli interventi scritti presenti nei volumi - è la cura per gli ambienti, sia esterni che interni.
Rebuffi raggiunge una sintesi piacevolissima negli sfondi generali, come gli scorci di città, o di montagna, di giungla ecc., i quali vengono delineati e definiti con pochi, essenziali segni.
Gli interni, molto presenti nelle storie, sono sempre curatissimi e studiati, non solo a livello di prospettiva, ma proprio per l'accurata scelta dell'arredamento, degli oggetti, del decor, per citare ancora Luca Boschi.
Guardare la vignetta di un interno disegnata da Giorgio Rebuffi è un piacere per gli occhi, un delizioso perdersi in particolari descritti con una minuzia e un amore che non possono che incantare!

Rebuffi fu definito come il "teorico del vuoto assoluto", come a dire che il suo segno aveva raggiunto il massimo dell'essenzialità. Lo definisce perfettamente Vittorio Pavesio in un intervento nel primo volume: "[...] Gli è sempre stata riconosciuta la maestria nella sintesi grafica. Le sue tavole sono ricche di soluzioni grafiche, con semplice genialità inventa forme dinamiche sempre all'avanguardia; altrettanto geniale è la sua narrazione sequenziale".

Infine un applauso forte e sentito a Luca "Laca" Montagliani, curatore del progetto insieme al maestro Rebuffi, e autore di acuti, intelligenti e giustamente polemici redazionali in seconda di copertina di ognuno dei tre volumi, e all'associazione culturale Annexia cui auguriamo di non fermarsi a queste prime, meravigliose 32 storie.
Abbiamo realmente bisogno di iniziative del genere.

...di altri, bellissimi lavori del maestro Giorgio Rebuffi (Fox lo Sceriffo, l'Ottag, Tore Scoccia, Tiramolla...e mille altri) parleremo presto, senza mai stancarci.


"Forse è proprio perché Pugaciòff non rinuncia ad essere se' stesso che ancora oggi è fresco e vivace. [...] E allora "Attenti al lupo", cioè attenti a non dimenticarlo perché è uno dei più bei personaggi dell'immaginario italico e perderlo sarebbe come perdere un po' di noi stessi."

Luciano Tamagnini, "Attenti al lupo", Pugaciòff & dintorni, volume 2.

Ramayan 3392 AD



RAMAYAN 3392 AD
vol. 1

creato da Deepak Chopra e Shekhar Kapur;
sceneggiatura: Shamik Dasgupta;
disegni: Abhishek Singh; colori: Ashwin Chikerur;
copertina: Alex Ross

volume cartonato, colore, 136 pag.


euro 13,00

Panini Comics



Marionette di Chiho Saito - ott 2007

MARIONETTE di Chiho Saito
"Mou hitori no marionette"; serie di 8 volumetti in corso di pubblicazione;
brossurati, b/n, 192 pag., fumetteria e libreria, lettura all'orientale, euro 4,20 - Edizioni Star Comics

"Jin... ehm... il tavolino rotondo... potrei farlo... io?"
"...ma se ti muoverai... anche di un solo millimetro... ti riempirò di botte!"
"Daccordo! Non mi muoverò!"

[Chiho Saito 'Marionette', primo volume]

Eroine che lottano per salvare la Terra e nel frattempo ci insegnano a riciclare i rifiuti e a rispettare le minoranze; eroi che per non darci il cattivo esempio smettono di fumare; criminali che non volendo essere modelli negativi non uccidono più; vite dei papi a fumetti... tra tutto ciò un manga che il politicamente corretto non sa neppure dove stia di casa diventa ai nostri occhi obliterati da troppa virtù una boccata di sana CO2!

Sarà perché è un fumetto giapponese - e in giappone si racconta in modo diverso che qui in occidente; sarà che è del 1991, quando cioè il politicamente corretto non era ancora un'obbligatoria pastoia, questo Marionette della sublime Chiho Saito (La Madonna della Ghirlanda; Utena, la ragazza rivoluzionaria; Kanon; Valzer in bianco; Chiho Saito Presenta, tutti pubblicati in Italia dalle Edizioni Star Comics) è sin dalle prime pagine un deliziosopolitically in-correct che fa bene alla mente e al cuore. concentrato di sopraffazione, maschilismo, moderata violenza gratuita (schiaffoni) e insomma una bella dose di

Intendiamoci: "i personaggi presenti in questo albo sono tutti maggiorenni, e comunque non si tratta di persone realmente esistenti, bensì di semplici rappresentazioni grafiche.".
Nel caso qualche moigino fosse all'ascolto, si vuol dire che in un'opera di finzione si può scrivere e rappresentare ciò che si vuole; sta poi a voi, mamme e papà, capire e decidere se quel che il pargolo legge o vede in tivvù è "adatto".
Senza contare che c'è chi si è nutrito, in tenera età, di fumetti neri eppure oggi non ruberebbe nemmeno una clip dall'ufficio, per tacer di quando cede il posto a sedere alle persone anziane sui mezzi pubblici...

Ma perché dire, addirittura!, che questo politicamente scorretto farebbe bene "alla mente e al cuore"?
Forse perché non è scontato che la melassa imperversante e corretta sia il migliore dei modi possibili di narrare; forse perché miele e ipocrisia vanno spesso a braccetto; forse perché i cattivi modelli sono infinitamente più divertenti e, alla fin fine, stimolano maggiormente la riflessione e una presa di coscienza personale e autonoma. Inoltre c'è ancora qualcuno che crede davvero che se, per esempio, ascolto "troppo" heavy metal finirò per andar per cimiteri a far sabba?!? Andiamo...

Con ciò non si vuole assolutamente dire che Chiho Saito sia un'autrice rivoluzionaria perché sconvolge la morale comune, anche perché - ripetiamolo che non guasta - l'eventuale morale comune giapponese del 1991 non è certo la nostra odierna.
Questo non toglie il fatto che il manga Marionette abbia, per noi lettori occidentali di oggi, un fascino sottilmente morboso anche e soprattutto perché, appunto, propone senza remore situazioni scabrose e che certamente farebbero gridare allo scandalo molti genitori benpensanti che scoprissero i propri figlioli a leggerlo. Non fosse che per questo motivo, Marionette
meriterebbe la lettura!

Ma il manga ha anche molti altri motivi per essere letto e apprezzato da un'ampia fascia di lettori e lettrici:
A cominciare dal caratteristico stile della Saito: classico, sinuoso e preciso, con le sue figure alte, slanciate ed esilissime, ognuna dotata di fascino androgino e di una bellezza sensuale e sottilmente perversa.

I protagonisti dei due volumi usciti a tutt'oggi (ottobre 2007) sono Nanami e Jin. Nanami è una bellissima sedicenne di provincia innamorata della danza classica che studia dalla tenera età di 4 anni, e che desidera sopra ogni altra cosa andare a frequentare la prestigiosa Scuola di Danza Classica di Tokyo (e complimenti per l'originalità del nome della scuola). Dopo una drammatica perdita famigliare Nanami si ritrova davvero a Tokyo, ma in una situazione molto diversa - e decisamente più scabrosa - da quella che aveva sognato.
Jin è un uomo affascinante, leggermente androgino e misterioso, dotato di enormi occhi penetranti e con un lampo sempre crudele e triste nello sguardo. E' un autore teatrale e dirige la compagnia di attori nella quale in modo rocambolesco si è ritrovata invischiata la bella e fragile Nanami...

Inutile dire che tra i due sono subito scintille (e, letteralmente, schiaffoni). Come il loro ambiguo rapporto si evolverà lo vedremo sicuramente nei prossimi volumi.
Per ora la loro relazione fa perno su sentimenti contrastanti, come l'ammirazione e la menzogna, la violenza, la sopraffazione e l'attrazione, la svalutazione e la sfida. Sentimenti che fungono ottimamente da base per costruire una storia ricca di situazioni interessanti e non banali.

La pubblicità recita: "Per chiunque abbia amato Il Grande Sogno di Maya - Glass No Kamen..." e in effetti le situazioni - e la rosa delle emozioni e dei sentimenti proposti - ricordano quelle del bellissimo manga di Suzue Miuchi.

Marionette è una lettura che non potrà assolutamente deludere chi già è appassionato al genere e non solo: potrà anche conquistare nuovi lettori, se essi avranno il buon gusto di avvicinarsi al genere senza pregiudizi, perché una bella storia resta una bella storia, indipendentemente dalla latitudine geografica nella quale è stata ideata, dal tempo trascorso dalla sua creazione, dal genere proposto.
Buona conturbante lettura!

Orlando Furioso

Matteo Cremona - Maurizio Rosenzweig - Federico Sfascia: intervista esclusiva - mar 2008






L'istinto nel fumetto:
intervista esclusiva a Matteo Cremona, Maurizio Rosenzweig e Federico Sfascia

di gedo

È buio, sono sul sedile posteriore di un’Audi e ascolto Matteo Cremona, rapito dall’entusiasmo con cui parla del fumetto e delle sfide che pone. Approfitto di una sua pausa per alzare lo sguardo dal mio block notes: al posto di guida c’è Federico Sfascia che chiacchiera tranquillo con Maurizio Rosenzweig.
“Io riesco a non parlare con nessuno...il risultato è che poi parcheggio nel box di un altro” sento dire a Sfascia. Ripenso a oggi pomeriggio quando Federico fra lo stupito e l’imbarazzato ha risposto alle mie domande sull’essere scrittore “È come se mi chiedessi ma tu perché respiri? Non so che dirti, io queste storie le vedo scorrere continuamente dentro la mia testa e mi ci perdo in ogni momento”.
Matteo Cremona, Maurizio Rosenzweig e Federico Sfascia, tre fumettisti per cui narrare storie è un istinto. Sono qui per raccontarli, per capire come vivono il fumetto e scoprire chi è Giada, la loro ultima creazione.
La macchina rallenta, stiamo per arrivare all’ultima tappa della giornata.

La sfida del disegnatore
Poche ore prima eravamo alla Scuola del Fumetto, dove Matteo Cremona era invitato per una dimostrazione sulle tecniche di inchiostrazione. “Sono stati entrambi miei studenti in questo corso - ricorda Rosenzweig - Federico ha sempre avuto una facilità di disegno incredibile, se tu gli dici che vuoi una macchina anni ’30 guidata da alieni che si schianta in un negozio di giocattoli in legno, lui riesce a trasformarlo in una vignetta. Matteo quando è arrivato aveva invece uno stile da graffitaro, che poi ha cambiato radicalmente diventando un maniaco dell’anatomia”.

Dopo una breve introduzione tecnica di Maurizio, Cremona inizia ad inchiostrare una pin-up di Morte, stupendo gli studenti per la precisione delle sue pennellate. ”Ho frequentato un istituto d’arte tessile a Como - ammette con una punta di imbarazzo, come se dovesse giustificarsi per la meticolosità con cui tratta inchiostri e pennelli -e così ho sviluppato un’impostazione molto rigorosa dal punto di vista tecnico. Solo che dopo un po’ non ce la facevo più a disegnare fiori su cravatte e tovaglie e mi sono buttato nel fumetto”.

Finita la lezione Matteo è su di giri, come se l’ora passata a disegnare l’avesse galvanizzato ricordandogli il valore che ha per lui raccontare con le immagini. Iniziamo a parlare del rapporto tra cinema e fumetto: “Voglio usare gli strumenti del fumetto per raccontare l’immaginario del cinema. In un fumetto potenzialmente non c’è limite a quello che puoi fare”.

Euforico per l’onnipotenza di questo mezzo espressivo si guarda le mani e mi racconta come il problema sia solo nel mettere quello che hai in testa su carta. “La difficoltà sta solo lì- incalza - ma è anche il divertimento. Il gusto del gioco e della sfida con se stessi”. Penso a Pestilenza che si trasforma in un gigantesco ratto antropomorfo nel suo ultimo John Doe. “Riuscire a far coesistere realistico e fantastico in modo accattivante è stata una grande sfida, una di quelle che ti spingono a dare il meglio e a rimetterti in discussione in ogni tavola. Qualsiasi cosa è disegnabile secondo me. So che è un’idea incosciente, ma così posso mettermi continuamente alla prova. È la stessa curiosità che prova un bimbo quando vede un albero e vuole arrampicarsi fino in cima. Vuole farlo senza avere paura di poter cadere, ma solo per il gusto di cercare i propri limiti.”.

Non riesco a chiedergli quali sfide lo attendano che arriva la sua sorprendente risposta: “Disegnare una macchina è una cazzata - continua Matteocremona, rigorosamente tutto attaccato come negli affettuosi insulti con cui lo Sfascia lo apostrofa durante tutta la giornata - ma per rendere altre cose non c’è documentazione che tenga, per disegnarle devi conoscerle ed è questo che sto tentando di raggiungere. La femminilità, ad esempio, puoi renderla solo dopo che sei riuscito a coglierne l’essenza in una donna e per farlo devi assorbire vita. È un po’ come con un burattino, devi imparare a vedere i fili per capire come si muove.”


Creatività, istinto e solitudine


Studiare il mondo per riuscire a raccontare le proprie storie quindi. “Quando scrivo Davide Golia io sono in perenne bilico tra cosa voglio scrivere e cosa vedo intorno a me”mi racconta nel pomeriggio Rosenzweig davanti a una cartoleria in via Torino, mentre guardiamo sfilare la più varia umanità milanese. Ma se non mi sconvolge scoprire che la realtà quotidiana è fonte di ispirazione per le proprie storie, ammetto di non aver mai pensato che fosse possibile anche il contrario.

“Ai tempi del primo Davide Golia ho frequentato una ragazza perché volevo scrivere una storia con lei come protagonista. Non dico che sono arrivato ad andarci a letto solo per vedere com’era al mattino quando si svegliava, ma tutto è nato dal bisogno che avevo di raccontarla. Sono uno scrittore istintivo, raccontare è un’esigenza per me. Un bisogno intimo, padre di una creatività autistica con cui mi possa estraniare dalla realtà”.

Ma perché hai scelto il fumetto? ”Perché è lo strumento con cui alimento questa mia pulsione privata - mi risponde Rosenzweig, consapevole di una parte di sé che ha imparato a conoscere -Perché seguo un istinto che mi porta a vedere ciò che voglio raccontare sotto forma di vignetta. Perché scrivo per me e disegnare le mie storie mi permette di estraniarmi ancora di più. Perchè mi piace raccontare una storia e poterla disegnare. Perché non riesco a rinunciare al fumetto per esprimermi”.

Mi giro e incrocio lo sguardo di Sfascia e ripenso che ha fatto un film praticamente da solo. ”Io vivo male l’idea che sia qualcun altro a disegnare una mia storia- inizia Federico - Non vorrei mai fermarmi allo storyboard e poter invece continuare fino a finire io la pagina, mettendo su carta tutto quello che ho in testa”. E Giada? come siete riusciti a canalizzare il vostro approccio così istintivo? “Avevamo un’esigenza comune- mi spiega Rosenzweig - e soprattutto c’era un piacere particolare nell’affrontare Giada. È un progetto che sentiamo nostro al 100% ed in più possiamo finalmente lavorare insieme. Come l’Image degli esordi, con un approccio alla Erik Larsen.


Chi è Murdock?
Per loro lavorare insieme vuol dire divertirsi, lo hanno dimostrato a Lucca di quest’anno: lo stand delle edizioni Arcadia era piuttosto defilato, ma chi è riuscito a raggiungerlo ha visto il proprio albo di Giada trasformarsi in un palco dove i tre davano libero sfogo alla loro vocazione al cazzeggio fracassone. Di tutto si può ridere, niente e soprattutto nessuno escluso con battutacce da caserma, provocazioni e prese in giro continue che si trasformano in piccole storie, perchè anche quando scherzano non riescono a smettere di raccontare.

“Ci muoviamo sempre in gruppo
- così Rosenzweig descrive lui, Sfascia e Cremona durante le manifestazioni di fumetti - spalleggiandoci a vicenda per l'amicizia che ci lega da anni e ci fa sentire implacabili come l'A-Team! Alle fiere si incontrano tante persone che si rifugiano nei fumetti perché incapaci di incastrarsi nella realtà, in un sistema che chiede troppo. Ma il vero problema è che vedo tanto fanatismo senza alcuna cultura del medium, tanti appassionati che non leggono nessun fumetto che esca dalla loro fetta di mercato”. Lo stesso succede nel mondo della musica dove i fan sono ancora più selettivi. “Esatto- mi conferma Rosenzweig - io infatti mi riferivo al cinema, dove è più facile scoprire altri mondi e c’è una varietà di generi e stili maggiori”.


Tra Eschilo e Sam Raimi
E al mondo del cinema Giada deve molto, a partire dal suo sceneggiatore Federico Sfascia, regista del film horror indipendente Beauty Full Beast.“Ho scelto l’horror perché è un genere sociale una metafora con cui puoi veicolare un messaggio. Come succedeva nelle fiabe, del resto.”

E qual è il messaggio che raccontate in Giada? “La vita delude le aspettative, ma è come ti rialzi che è fa la differenza, per dirla con le parole di Stallone che, ci tengo a precisare, è il più grande attore, regista, sceneggiatore nonchè unico e solo mito vivente della storia dell'universo. Del resto, la vita ce la complichiamo perché non ne reggiamo la semplicità. In Giada racconto proprio cosa vuol dire affrontare la vita vera e lo faccio con l’imperativo di essere istintivo e sincero. C’è tanto di me in queste pagine: i personaggi sono il risultato dell’unione del mio vissuto con parti diverse del mio carattere e con la mia visione di alcuni ruoli nella società. È come se dessi delle maschere ad emozioni e sentimenti trasformandoli in attori.“.

Se non fosse per i mostri più che a un horror penserei ai miti greci.“Infatti l’ingrediente principale delle mie storie è l’epica. Amo molto le tragedie greche e nelle storie cerco di raccontare la sofferenza come la felicità sempre in modo potente e intenso”. Anche nei personaggi e nelle trame i riferimenti alla cultura classica sono continui, come l’uomo vitruviano che diventa un proto-Frankestein nel primo numero. "Ho il pregio di saper cogliere influenze dagli ambiti più disparati - continua Federico, giocando con gli irrinunciabili occhiali da sole - per poi mischiarle e rileggerle secondo il mio gusto. Nel secondo numero Giada, passata improvvisamente dal ruolo di cacciatrice a quello di preda, combatterà la Squadra Antimostri formata da Pandora, La Bestia de “La Bella e la Bestia” e uno Scroodge Zombie. Dei personaggi originali ho tenuto solo il nome e una suggestione da cui partire per creare qualcosa di diverso e nuovo.”

Mentre ascolto Sfascia comincio a sfogliare gli storyboard del secondo numero; la storia non è più divisa in tre parti, ciascuna realizzata da un diverso disegnatore, ma i tre si alternano per tutte le 64 pagine. “E’ lo spirito della scena che determina chi la disegnerà- spiega Sfascia mostrandomi una tavola con tre vignette disegnate una da Cremona, l’altra da Rosenzweig e la terza da lui stesso - in questo modo vogliamo amplificare la sensazione di straniamento tra i vari aspetti di Giada: dalla realtà della vita quotidiana illustrata da Matteo al mondo mostruoso disegnato da me, passando per il caos strisciante di Maurizio”.

Quando Federico poi confida di avere già scritto i soggetti per tutti i dodici numeri di Giada, non resisto a chiedere qualche anticipazione. “Ci sarà una storia ospedaliera molto inquietante”“Dopo averla letta la medicina non sarà più rassicurante“ mi mette in guardia Rosenzweig da dietro le spalle. “Giada andrà in gita scolastica a Venezia- prosegue Federico - imbattendosi in una faida alla Romeo e Giulietta tra una famiglia di lupi mannari ninja e una di fantasmi”. Nel cast di Giada apparirà anche Davide Golia per una storia che, parola del suo creatore, “..parte con un seminario di scrittura e finisce con un’autopsia aliena”.

Non riesco a frenare il mio lato più pruriginoso e cerco di ottenere rassicurazioni sulla presenza della bionda e formosa Alice nei prossimi numeri “Alice sarà fondamentale- chiude Federico, prima di lasciare la Scuola del Fumetto per l’ultima tappa della giornata - “la sua superficialità diventerà la chiave per cogliere il vero volto della realtà”.


Copertina in salsa agrodolce
In macchina ci dirigiamo verso il ristorante cinese che i tre autori di Giada hanno eletto come loro base. Ad aspettarci ci sono Max e Mario, boss delle Edizioni Arcadia, arrivati da Bergamo per decidere la veste grafica del prossimo numero.

La cena corre via veloce discutendo di attività onirica a sfondo alimentare, di diete, della bellezza di Dragon Ball e del suo impatto nelle fumetterie, prima che insieme al caffe arrivi anche il momento di parlare della copertina di Giada n.2. I tovagliolini del ristorante diventano il campo di sfida tra Federico, Maurizio e gli editori che si rimpallano l’un l’altro concept e proposte grafiche a colpi di penne bic blu fino a trovare un accordo, permettendo così al ristorante ormai vuoto di chiudere.

Davanti alla serranda abbassata Max e Mario mi confidano che hanno in mente di coinvolgere un grande nome per disegnare lo speciale di Giada, pensato per interrompere la lunga attesa fra il numero 2 e il 3. Ascoltando gli altri progetti della loro neonata casa editrice capisco subito come hanno fatto a convincere così tanti autori a unirsi a loro in questa avventura: passione, ambizione e una certa dose di spacconeria, il nutrimento ideale per l’ego di un’artista.

Epilogo

Saluto Federico, Matteo e Maurizio e, mentre scendo dalla macchina, capisco che dovrò omettere dal reportage il viaggio di ritorno dal ristorante. La critica fumettistica non è ancora pronta ad affrontare alcuni tabù. Raggiungo la mia auto e prima di riporre il block-notes mi torna in mente la sola richiesta che mi hanno fatto in questa giornata:
Scrivi che siamo gli unici fumettisti, con Alberto Ponticelli, ad essere in forma fisica“.
Fatto.

Who’s Who
Matteo Cremona: Dopo gli esordi su Davide Golia e i Vizi di Pinketts entra nello staff di John Doe disegnando il numero 29 Uomini d’arme. In pochi numeri si rivela uno dei disegnatori più apprezzati della serie realizzando Quattro funerali e un matrimonio, spettacolare epilogo della seconda serie del personaggio di Bartoli&Recchioni. Al momento è al lavoro su David Murphy - 911, la nuova serie della Panini creata da Roberto Recchioni.

Maurizio Rosenzweig: Insegna alla scuola del fumetto, lavora per la pubblicità, disegna storyboard di video musicali e fa fumetti (Laida Odius, Fantomas, I Vizi di Pinketts). Ultimamente lo si legge su Giada, John Doe, Milano Criminale e Puck, dove scriverà le dissacranti avventure di Papa Paolo XXX per i disegni di Alberto Ponticelli e cercherà di far luce sui rapporti tra uomini e donne attraverso le sagge parole di Berto, un orso con un occhio solo. In mezzo a tutto questo porta avanti la saga di Davide Golia, il suo alter ego a fumetti, giunta al terzo episodio e pronta a ripartire a Lucca 2008 per Edizioni BD con una versione rimasterizzata dei primi due volumi con oltre 60 pagine inedite. - mi racconta in serata Sfascia in un’aula della Scuola del Fumetto, mentre Rosenzweig e Cremona sono impegnati in una lezione - esordisce Sfascia,


Federico Sfascia: ha sempre fatto fumetti perché qualcuno ne traesse un film. Poi si è stufato e in 29 giorni ha girato Beuty Full Beast, vincitore del premio AsianFeast e distribuito da Filmhorror. Dopo aver diretto il video di Pet Cementary dei PAY ora si sta preparando al suo secondo film. Oltre a Giada scrive e disegna le cattivissime avventure di Giustizia Arbitraria su Puck e aggiorna il suo sito www.rubaffetto.com. Il suo sogno rimane però riscrivere la Divina Commedia in versione tamarra.

gedo